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  IL MINISTRO AMATO PRESENTA A ROMA IL PRIMO RAPPORTO DEL MINISTERO DELL’INTERNO SULL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA



Il ministro dell’Interno Giuliano Amato e il sottosegretario Marcella Lucidi hanno presentato questa mattina, nel corso di una conferenza stampa al Viminale, il primo rapporto del ministero dell’Interno sull’immigrazione in Italia, curato da Marzio Barbagli, e i risultati della seconda ricerca dell’Osservatorio sociale sulle immigrazioni realizzata dalla Makno & consulting di Mario Abis.
La prima ricerca sociale sull’immigrazione in Italia, curata da Makno e Consulting per il ministero dell’Interno, era stata presentata nell’ottobre scorso nel corso del convegno "Gli immigrati: chi sono, come ci vedono, come li vediamo", tenuto presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati.
Nell’occasione, il ministro Amato aveva sottolineato "la complessità del problema" immigrazione, in cui si rischia di perdersi o di uscirne attraverso nocive semplificazioni.
Le tendenze demografiche in atto, aveva spiegato Amato, sembrano portare verso un Paese sempre più vecchio e in declino, e noi dobbiamo "attrezzarci ad affrontare l’immigrazione, tenendo conto delle sfaccettature", ci vuole pragmatismo.
Ma "cosa chiedono gli italiani intervistati"? Principalmente il riconoscimento dell’identità italiana anche come fatto culturale e sociale esplicito rispetto al quale l’immigrato non può essere legittimato alla non considerazione o alla richiesta di scardinamento rivolta alle istituzioni italiane. Accogliere un’altra cultura non deve significare negare la propria e, poichè lo Stato, italiano è degli italiani, gli immigrati devono essere consapevoli della cultura sociale e culturale del Paese ospitante e rispettarla. In questi termini, gli italiani intervistati dichiarano di essere maggiomente disposti all’ascolto che è implicito all’accoglienza.
"Gli immigrati stranieri dovrebbero poter prendere la cittadinanza italiana dopo 5 anni di regolare permanenza in Italia se sono a posto con la legge, lavorano, pagano le tasse e dimostrano di sapere l’italiano?" A questa domanda il 59,0% degli intervistati ha risposto di essere "in linea di massima favorevole".
Passando alle interviste fatte agli stranieri che vivono nel nostro Paese, risulta che fonte di rabbia e di scontento per tutti quanti gli immigrati è il mancato riconoscimento dei titoli di studio a cui viene ricondotto il demansionamento; accettare di fare lavori umili è invece meno faticoso per che sfugge dalle situazioni più disagevoli nel proprio Paese.
A questo si aggiunge inoltre un’immagine eccessivamente positiva dell’Italia veicolata in modo particolarmente efficace soprattutto dalle conoscenze personali che hanno intrapreso l’esperienza di emigrazione in precedenza.
Allo stato italiano si chiede dunque, oltre al riconoscimento dei propri titoli di studio, anche e soprattutto uno snellimento delle pratiche buroc5ratiche per i permessi di soggiorno, sebbene la scelta dell’Italia dipenda in parte dalla possibilità di rimanervi anche da irregolare, a causa degli scarsi controlli.
Si registra poi una nuova distinzione tra gli immigrati con un lavoro in regola, che chiedono maggiori controlli, e quelli che invece vivono alla giornata; soprattutto i primi mostrano segni di intolleranza per alcune etnie più facilmente associate alla delinquenza (zingari, rumeni, alcuni africani).
Dalla ricerca emerge che nel 2008 il 45, 3% degli intervistati vive in Italia da più di 5 anni e il 70,9% conosce "abbastanza bene" la lingua italiana mentre il 17,9% la conosce "molto bene". La condizione principale è quella di "lavoratore (79,7%) occupando principalmente posti da operai/muratori, badanti e colf ad ore.

Fonte: www.agenziaaise.it

 


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