Sicurezza e libera circolazione dei cittadini comunitari in Italia: rapporto difficile con un sistema penale fondamentalmente innocuo.
Che la comunità degli immigrati romeni in Italia esprima un numero elevato di autori di reati è un dato di fatto inconfutabile. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera del 26 aprile, nel quadro della criminalità straniera in Italia tracciato dal Viminale la scorsa settimana, i romeni, con 47.425 tra arrestati e denunciati nel 2007, si collocano al primo posto della graduatoria, davanti a marocchini ed albanesi.
Questo dato è ancora più preoccupante se si tiene conto che, a partire dal 1 gennaio 2007, i romeni, in quanto cittadini comunitari, non rispondono più dei reati concernenti la violazione della legge sull’immigrazione, come invece avviene per gli altri cittadini extracomunitari. Ciò significa che i 47.425 reati attribuiti ai cittadini romeni riguardano quasi esclusivamente delitti e contravvenzioni contro la persona e contro il patrimonio.
Per le cause e per i rimedi non è semplice formulare diagnosi e soprattutto indicare le terapie.
Una prima considerazione è di ordine statistico: la comunità romena è la più numerosa in Italia. I dati Dossier Caritas-Migrantes ed Ismu per il 2006 la stimavano in oltre 500mila persone, mentre per sapere quanti sono oggi i romeni si dovrà attendere le imminenti anticipazioni del Dossier 2007. Se il dato - come si presume - dovesse evidenziare numeri notevolmente superiori, magari vicini al raddoppio rispetto al 2006, il rapporto tra popolazione romena residente e reati commessi (meno del 5%), pur sempre preoccupante, potrebbe essere definito quasi fisiologico. Nel caso contrario, invece, si tratterebbe di un fenomeno fortemente anomalo e di particolare gravità.
Qualunque sia la stima della consistenza della comunità romena, si deve tenere presente che nella valutazione dei dati sulla criminalità straniera si opera sempre una netta distinzione tra regolari ed irregolari e che in questa seconda area si concentra il maggior numero degli autori di reati, anche al netto dei reati specifici in materia di immigrazione. Ciò in quanto è appurato che la condizione di irregolarità favorisce la commissione dei reati, soprattutto di quelli predatori, e che il passaggio alla condizione di regolarità contribuisce alla loro diminuzione.
Questa riflessione, però, non dovrebbe valere per i cittadini comunitari, la cui condizione di irregolarità è facilmente sanabile non occorrendo, come per i cittadini extracomunitari, né visto, né autorizzazioni, né flussi, essendo sufficiente la disponibilità di un posto di lavoro. In estrema sintesi, la devianza del comunitario non sembra trovare “giustificazione” o “alibi” nella sua condizione di irregolarità.
Partendo da queste premesse è logico chiedersi se l’Italia non costituisca una formidabile attrattiva nei confronti di chiunque - ed in particolare tra i comunitari - nel suo progetto migratorio metta in conto anche il crimine come mezzo di sopravvivenza o di arricchimento.
Nel gioco della mobilità umana, come è noto, interagiscono due fattori: il pull factor ed il push factor. Il primo, di norma, è dato dalla mancanza di lavoro, dalla povertà, da fattori politici, ecc.; il secondo, dalla disponibilità di lavoro, da migliori condizioni di vita e, non da ultimo, dalla maggiore possibilità di commettere reati con un’elevatissima probabilità di farla franca.
Sulla carta l’Italia vanta un apparato penale imponente, ma in realtà il sistema è sostanzialmente e notoriamente innocuo: non solo perché il rapporto effettivo tra reato e pena è divenuto sempre più improbabile, anche per effetto di quel meccanismo ben definito fuga dalla sanzione che caratterizza l’operato di buona parte della magistratura giudicante e di sorveglianza, ma anche perché da tempo nel Paese il principio di legalità non figura più ai vertici di una ipotetica graduatoria dei valori.
È perciò molto probabile che tanti stranieri, ed in particolare i comunitari, che non incontrano particolari ostacoli nella loro circolazione intraeuropea, siano invogliati a scegliere l’Italia come teatro di attività illecite, quando non criminali, piuttosto che altri Paesi europei, dove pure è possibile entrare con la medesima facilità; non perché nel Paese manchino le norme e le sanzioni, ma perché o sono particolarmente blande o, soprattutto, perché non vengono applicate con il dovuto rigore.
In questo scenario le misure da adottare per contenere la criminalità di provenienza comunitaria, o meglio romena, possono essere di varia natura.
Proprio in questi giorni sembra emergere la tendenza a privilegiare la limitazione dei flussi d’ingresso dei romeni, sia mediante l’introduzione di visti, sia con soluzioni da trovare in ambito Ue, così come dichiarato da Silvio Berlusconi in un'intervista a Il Messaggero (ripresa il 28 scorso da ADUC Immigrazione): “Con loro (i romeni: ndr) sono arrivati a migliaia anche degli sbandati, dei delinquenti che non accettano le nostre leggi. Dobbiamo opporre un filtro a questi ingressi”. “Il governo Prodi poteva farlo negoziando con l'Ue le stesse norme che hanno consentito ad altri Paesi europei di controllare e limitare gli ingressi dei rumeni. Ma non l'ha fatto. Ora dovremo farlo noi: ne parleremo in sede Ue per trovare le soluzioni più efficaci”.
Posta in questi termini l’impresa non sarà facile in quanto i Trattati non consentono né di introdurre visti d’ingresso nei confronti dei cittadini comunitari, né, tanto meno, di ostacolarne la circolazione se non nei limiti ed alle condizioni previste dal diritto europeo e nello specifico dalla direttiva n. 38 del 2004 che stabilisce limitazioni tassative per motivi di ordine pubblico o per mancanza dei requisiti d’ingresso e di soggiorno. Inoltre, per quanto riguarda i cittadini romeni, il diritto europeo ammette, per un periodo transitorio, eventuali limitazioni solo per l’accesso al mercato del lavoro subordinato, come peraltro deciso dall’Italia e da altri paesi europei per il 2007 ed il 2008.
Circa le limitazioni per motivi di ordine pubblico l’Italia, come è noto, nel recepire la direttiva con il decreto legislativo n. 30 del 2007, poi emendato con il decreto legislativo n. 32 del 2008, non sembra avere individuato con sufficiente rigore le misure da adottare nei confronti dei comunitari pericolosi, ed è perciò altamente probabile che con la XVI legislatura vengano apportati i dovuti correttivi anche riguardo alle modalità di allontanamento dei comunitari “incapienti”.
Per questi ultimi, si potrà pure proporre agli organi europei una modifica della stessa direttiva n. 38, in modo da rendere più efficaci le misure di allontanamento e per impedirne il ritorno (oggi non consentito), ma non saranno comunque questi gli strumenti che da soli potranno scoraggiare ingressi di soggetti pericolosi, in quanto il vero elemento di debolezza resta la fragilità del sistema penale italiano nel suo complesso.
Quando gli Stati membri hanno scelto la strada dell’Unione e poi del progressivo allargamento, tutti erano consapevoli che oltre ai benefici si sarebbero presentate anche le criticità e quasi dovunque si è provveduto a rafforzare i sistemi penali e di controllo con l’obiettivo di contrastare più efficacemente tanto la criminalità endogena quanto quella d’importazione, sia essa comunitaria che extracomunitaria.
In Italia, invece, questo obiettivo non è stato ancora raggiunto a causa dall’inefficienza del suo sistema generale di prevenzione e soprattutto di repressione dei reati.
In un Paese dove intere zone del territorio sono in mano a mafia, camorra e ndrangheta, dove si permette a persone condannate di occupare seggi in Parlamento, dove l’evasione fiscale ed il lavoro nero sono la regola, dove il ruolo pubblico è spesso asservito ad interessi personali, dove per avere giustizia si devono attendere anni, dove è possibile commettere anche gravi reati e subire una detenzione di poche ore, dove, in definitiva, il principio di legalità non sembra più costituire un valore fondante della società, come è possibile sperare di scoraggiare anche la criminalità d’importazione?
Ciò che realmente potrà portare sicurezza e tranquillità ai cittadini non saranno leggi speciali per gli stranieri né tanto meno l’impossibile introduzione di visti d’ingresso nei confronti dei comunitari, ma una rivoluzione culturale, che riconosca nella legalità un valore fondante della società, ed una radicale riforma dell’amministrazione della Giustizia affinché i tribunali siano in grado di comminare pene eque ed effettivamente espiate.
(Raffaele Miele)
Fonte: Immigrazione Oggi |